L'Italia ha recepito la Direttiva UE anti-greenwashing 2024/825 con il Decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, introducendo un quadro normativo stringente contro le dichiarazioni ambientali ingannevoli. Il provvedimento interviene sulla comunicazione commerciale dei prodotti, definendo criteri rigorosi per le asserzioni ambientali e introducendo obblighi di trasparenza su durabilità, riparabilità e garanzie.
L'intervento si colloca nel contesto della strategia europea per la transizione verde, con l'obiettivo di rafforzare la fiducia dei consumatori e permettere loro di distinguere i prodotti realmente sostenibili da quelli che lo sono solo sulla carta.
Il greenwashing rappresenta una pratica commerciale scorretta attraverso la quale le aziende promuovono un'immagine ecosostenibile non supportata da dati concreti e verificabili.
La Commissione europea ha identificato nel greenwashing un ostacolo significativo al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, impedendo ai consumatori di distinguere i prodotti realmente virtuosi da quelli che lo sono solo a livello comunicativo. L'Unione ha quindi deciso di intervenire con regole armonizzate a livello europeo, capaci di garantire informazioni chiare, precise e comparabili.
La Direttiva UE 2024/825, nota come "Empowering Consumers for the Green Transition Directive", interviene modificando le Direttive 2005/29/CE (pratiche commerciali scorrette) e 2011/83/UE (diritti dei consumatori).
Il Decreto legislativo 30/2026 introduce modifiche sostanziali al Codice del Consumo italiano, intervenendo su tre fronti principali.
Il decreto vieta le dichiarazioni ambientali generiche prive di evidenze verificabili. Sono esplicitamente vietati claim come "climaticamente neutro", "impatto zero" o "100% sostenibile" qualora basati esclusivamente su compensazione di emissioni senza supporto scientifico documentato.
Le imprese non potranno più utilizzare termini vaghi come "green", "eco-friendly" o "naturale" senza fornire informazioni chiare e accessibili. Le dichiarazioni su prestazioni ambientali future devono includere impegni chiari, verificabili e documentati; in caso contrario, costituiscono pratiche sleali.
Sono inoltre vietate etichette non certificate da organismi riconosciuti e la presentazione di requisiti normativi UE come se fossero tratti distintivi del prodotto.
Il decreto introduce obblighi specifici per la comunicazione delle caratteristiche di durabilità e riparabilità dei prodotti. Prima della conclusione del contratto, anche a distanza, le imprese devono fornire dettagli su:
Quando previsto dalla normativa europea, le imprese dovranno indicare anche l'indice di riparabilità del prodotto, calcolato secondo criteri armonizzati a livello comunitario. Queste regole promuovono modelli di consumo sostenibili e rendono obbligatoria la trasparenza su circolarità e manutenzione.
Il decreto anti-greenwashing contrasta anche l'obsolescenza programmata, vietando la commercializzazione di beni progettati con caratteristiche pensate per ridurne intenzionalmente la durata. Sono inoltre proibite pratiche volte a spingere i consumatori a sostituire materiali di consumo (come cartucce stampanti) prima che sia necessario dal punto di vista tecnico.
Il decreto introduce nuovi strumenti standardizzati per rendere il consumatore un attore consapevole:
Il Decreto legislativo 30/2026 è entrato in vigore il 24 marzo 2026, offrendo un periodo di transizione alle imprese. Le nuove disposizioni si applicheranno pienamente a partire dal 27 settembre 2026, offrendo circa sei mesi di tempo per l'adeguamento delle strategie di comunicazione e marketing.
Entro questa data, tutte le imprese dovranno aver rivisto le proprie asserzioni ambientali, garantendo che ciascuna sia supportata da evidenze verificabili e, ove necessario, da certificazioni riconosciute.
La vigilanza sull'applicazione della normativa è affidata all'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), cui sono attribuiti specifici poteri sanzionatori.
Le sanzioni per le aziende che violano le nuove regole sono sostanziali:
Oltre a questo, il ricorso a claim ambientali fraudolenti potrebbe configurare reati di truffa o frode in commercio, con possibile responsabilità dell'ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001.
Il decreto incide significativamente sulla comunicazione commerciale e sulle strategie di marketing delle imprese, in particolare per i settori dell'agroalimentare, manifatturiero e della produzione di beni di consumo.
Le aziende sono chiamate a operare un audit delle asserzioni ambientali attualmente in uso, assicurandosi che ciascuna sia supportata da evidenze verificabili. Ciò richiede:
L'obiettivo non è limitare la comunicazione sulla sostenibilità, ma definire una linea di demarcazione chiara affinché le aziende virtuose possano comunicare i propri progressi con il necessario rigore scientifico, trasformando la sostenibilità in un reale valore competitivo.
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Il greenwashing è la pratica di presentare prodotti o attività come più sostenibili di quanto non siano realmente, attraverso strategie di marketing ingannevoli. Il Decreto legislativo 30/2026 lo contrasta imponendo divieti rigorosi sulle asserzioni ambientali generiche, richiedendo certificazioni verificate e introducendo obblighi di trasparenza su durabilità e riparabilità dei prodotti.
Sono vietati claim generici come "green", "eco-friendly", "sostenibile" o "naturale" senza evidenze verificabili. In particolare, sono proibiti affermazioni come "climaticamente neutro" e "impatto zero" basate esclusivamente su compensazione di emissioni, nonché etichette non certificate e la presentazione di requisiti normativi UE come tratti distintivi del prodotto.
L'AGCM può irrogare sanzioni da un minimo di 5.000 euro fino a un massimo di 10 milioni di euro, oppure fino al 4% del fatturato annuo in caso di infrazioni diffuse a livello europeo. Oltre alle sanzioni pecuniarie, l'azienda può subire danni reputazionali, pubblicazione della condanna e potenziale responsabilità penale per frode commerciale.
Il Decreto legislativo 30/2026 è entrato in vigore il 24 marzo 2026, ma le disposizioni si applicano pienamente dal 27 settembre 2026. Le imprese hanno quindi circa sei mesi per adeguare le proprie strategie di comunicazione e verificare la conformità dei loro claim ambientali.
Prima della conclusione del contratto, le imprese devono fornire dettagli su: durata prevista del prodotto, disponibilità di pezzi di ricambio e loro costo, possibilità di riparazione, disponibilità di aggiornamenti software, e (ove previsto) l'indice di riparabilità del prodotto calcolato secondo criteri armonizzati a livello europeo.
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